DON CHISCIOTTE

Il sogno e la follia

PRODUZIONE: Oltreilponte Teatro
ADATTAMENTO, REGIA E ARRANGIAMENTI MUSICALI: Beppe Rizzo
ISPIRATO A UN’OPERA DI: Sandro Gindro
BURATTINI: Andrea Rugolo
COSTUMI: Lorella Castelli
MUSICHE ESEGUITE DAL VIVO DA: Alberto Rumiano (clarinetto), Marco Ambrosio (fisarmonica)
CON: Beppe Rizzo
GENERE: Teatro di narrazione con figure e musiche originali dal vivo
PUBBLICO: Famiglie e bambini dai 6 anni
DEBUTTO NAZIONALE:
giugno 2003, IX° Festival Immagni dell’Interno, Pinerolo, Torino
DEBUTTO INTERNAZIONALE:
novembre 2003, III° Festival Découvertes, Images et Marionnettes, Tournai, Belgio (in lingua francese)

‘Nella Spagna di tanto tempo fa viveva un hidalgo, un ricco proprietario terriero, di nome Quijada. Viveva con la nipote e con la governante. I suoi amici erano il barbiere e il curato del paese che passavano spesso a chiacchierare con lui. L’hidalgo Quijada trascorreva il suo tempo nella sua biblioteca, a leggere romanzi d’avventura. E leggeva così tanto, con così tanta immedesimazione, che a un certo punto cominciò a credere d’essere anche lui un grande cavaliere, figurandosi di compiere imprese mirabolanti. Ma l’hidalgo Quijada era anche un uomo violento, oltre ad essere molto brutto, molto avaro e molto cattivo. Proprio per tutte queste cose, un giorno, diventò matto. Cambiò il suo nome e disse: io mi chiamo Don Chisciotte della Mancha! E cominciò a vedere attorno a sé soltanto nemici. Eppure questo Don Chisciotte era un uomo fortunato, anche se non lo sapeva. Perché aveva un cavallo che gli voleva bene. Il suo cavallo si chiamava Ronzinante…’
Così suona l’incipt della nostra storia, tratta da un capolavoro mondiale della letteratura, qui riletto come la vicenda di un uomo che “inventa” un suo sogno e lo persegue a tutti i costi, aggredendo i deboli e soccombendo per mano dei forti. Un sogno che, per la sua cecità e sordità, diviene follia.
Il desiderio d’essere quello che non si può essere, di avere quello che non si può avere, portano il protagonista a reinventare la realtà che lo circonda. La sua vicina di casa, un’orrenda contadina che s’ubriaca ogni sera, si trasforma così nella bella principessa Dulcinea del Toboso, donna a cui dedicare tutte le sue cavalleresche imprese. Sancho Panza, un disgraziato e indigente padre di famiglia, è quasi costretto a diventare suo scudiero, con la promessa d’esser nominato governatore dell’isola che Don Chisciotte conquisterà per lui. E ancora le illusioni dei mulini a vento, le visioni e i sogni, i duelli e gli incontri. Ma su tutte, svetta la figura del suo Ronzinante. Fedele destriero che ne segue la follia ovunque, personaggio offuscato dalla volontà di grandezza del suo padrone, e da questi trattato senza rispetto. In realtà quell’animale è l’unica vera presenza amica, il solo ad avere il sospetto che Don Chisciotte abbia sotto sotto coscienza di quel che fa, del perché lo fa. E allora il cavallo tenta di comprendere la natura di quelle stupide avventure, di rinsavire il suo vecchio amico con la parola e con lo sguardo, ma non viene né ascoltato né capito. Solo alla fine, quando il recupero della realtà sarà compiuto e la sete d’avventure placata, il rapporto tra le due figure, una tragicomica, l’altra poetica, sarà restituito nella sua vera dimensione.

Le tematiche principali

Quella di Don Chisciotte è la storia paradigmatica di un uomo che ha tutto quel che potrebbe desiderare: danaro, terreni, beni. Ma quel che ha non gli basta. Desidera di più. E si inventa un sogno, una follia. In questo travolge il mondo che gli sta attorno, ne plasma la realtà e ne modifica l’assetto, con delirante e costante lucidità. Una storia vecchia quanto l’uomo, basti pensare a personaggi come Gengis Kahn, in un passato lontano, e Adolf Hitler, in un passato un po’ più recente. Vicende umane che ricalcano quel paradigma di follia. E pure il nostro presente non disdegna di offrire esempi del genere. Un simbolo a cui rifarsi, quello di Don Chisciotte, per recuperare dunque una nuova chiave di lettura che vede nel cavallo Ronzinante, creatura inferiore e subordinata, la vera fonte di tolleranza illuministica, di comprensione umana frutto di un pensiero superiore. E il fatto che questo compito sia assolto da una bestia conferisce alla storia un vago sapore fiabesco, semplice e rappresentativo insieme.

Le tecniche e i linguaggi utilizzati

Innanzitutto un racconto. E quindi un narratore. Poi i musicisti dal vivo, un clarinetto e una fisarmonica. Infine le figure, i pupazzi. Tanti e diversi tra loro. Il teatro d’attore e quello di figura si fondono attraverso la tecnica dell’animazione a vista: il narratore evoca la figura, e le conferisce vita e voce pur continuando a essere presente, senza nascondersi, ma spostando il fuoco e l’attenzione del pubblico ora su di sé ora su quel suo doppio, a seconda del semplice svolgersi di azione e narrazione. Le figure non appartengono a una sola tipologia ma hanno nature diverse, dai grossi pupazzi a bastone, ai piccoli burattino a guanto, a un pupo tradizionale siciliano, per finire con Ronzinante e il pupazzone di Don Chisciotte, sorta di bunraku per animatore singolo.

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